Le vacanze sono ormai alle porte e i preparativi
per la partenza (intelligente, si spera) ormai praticamente ultimati.
Ho svuotato il frigorifero, ho chiuso le finestre, ho spento il
gas. E ho consegnato a mio fratello, che parte tra 10 giorni, tutte
le password delle mie 4 caselle di posta personali… Sì,
perché ormai l'incubo dello "spam"
vacanziero mi ha contagiato!
Tutto è cominciato un paio di anni fa quando, dopo 15 giorni
di imprudente assenza dalla Rete, mi sono collegato da un Internet
Center in piena Maremma al sito di Hotmail, appena
in tempo per salvare la mia casella dalla irreversibile disattivazione,
causa inaudito superamento dei limiti imposti dalla Microsoft.
Giusto per amore della precisione: non sono uno sprovveduto e ho
attivato tutti e 10 i filtri concessi dall'abbonamento gratuito.
Non solo: la mia lista di "mittenti bloccati" è
stracolma. Eppure dopo 2 settimane ho trovato oltre 200 email ad
attendermi, delle quali quelle spedite realmente a me si potevano
contare sulle dita una mano.
Da allora ho scelto il male minore, chiedendo al consanguineo di
trasformarsi in novello esorcista telematico e di liberarmi periodicamente
la casella infestata.
E pensare che c'è chi di Spam, quello vero
e con la "s" maiuscola, ci campa.
La leggenda vuole che l'origine del verbo "to spam",
ad indicare l'attività di chi coattivamente riempie l'altrui
casella postale di email non desiderate né (per lo più)
desiderabili, debba ricercarsi in uno sketch del celeberrimo gruppo
comico britannico Monty Python, nel quale un cameriere
cercava in ogni modo di rifilare ad una sventurata coppia di avventori
la carne in scatola Spam per sopperire all'assenza del cuoco.
Sì perché, prima di tutto, "Spam" è
un marchio vero e proprio, detenuto e utilizzato dalla società
Hormel Foods per contrassegnare carne in scatola.
Un marchio che indubbiamente ha travalicato le frontiere statunitensi
grazie all'utilizzo fattone dagli utenti di internet ma che ora,
per la medesima ragione, rischia di perdere il proprio carattere
distintivo.
E' infatti notizia recente che la Hormel stessa abbia deciso di
richiedere in tribunale l'inibizione dell'uso del termine "spam"
all'interno di software destinati al filtraggio dei messaggi di
posta elettronica, primo fra tutti quello denominato "SpamArrest",
prodotto dall'omonima società di Seattle, USA. Coerentemente
l'impresa del settore alimentare ha fatto opposizione contro il
marchio "spamarrest", depositato presso lo USPTO
agli inizi del 2002.
Dal canto suo, la società dello Stato di Washington ha affermato
che il termine spam "è utilizzato ovunque nel mondo
per descrivere le email commerciali non richieste" (cosiddette
"UCE: Unsolicited Commercial Emails")
e che, in ogni caso, non si vuole rivendicare l'uso in sé
del nome spam ma solo del marchio "SpamArrest".
Una sorta quindi di "volgarizzazione impropria" del marchio,
divenuto ormai dicitura generica per descrivere qualcosa di diverso
dai prodotti o servizi dell'impresa titolare.
La Hormel invece, che non ha mai fatto granché per impedire
l'associazione mail spazzatura -> spam, si è detta pronta
a difendere in giudizio il proprio marchio, depositato nel lontano
1937 e arricchito di valore con decenni di investimenti. Per questo
sul proprio sito internet ha posto una serie di "regole di
correttezza" (http://www.spam.com/hp/hp_lg.htm), ad uso e consumo
degli utenti che volessero usare il termine "spam", come
ad esempio l'utilizzo delle maiuscole per indicare il prodotto alimentare
(SPAM) e il divieto di associare l'immagine della scatoletta di
carne in scatola alle UCE.
Nell'attesa che lo USPTO si pronunci sulla questione, per il sottoscritto
una cosa è certa: con o senza immagine, a lettere minuscole
o maiuscole, di spam ne abbiamo tutti piene le scatole…
Alessio Canova
Responsabile Progetto Patnet.it
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